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CronacaPolitica

Il Mio Venezuela

Il mio Venezuela non è una cartina geografica: è un battito nel petto, un odore di asfalto caldo dopo il temporale, il rumore di una piazza che crede, per un momento, che tutto sia possibile. 

È la storia di un giornalista che arriva nella “prima era Chávez” e trova un Paese che prova ad alzarsi in piedi, a contarsi, a riconoscersi, a dare nome e dignità a chi fino a ieri era invisibile. 

Quando  misi piede a Caracas, il Venezuela sembra sul punto di riscrivere il proprio destino.

C’era il grande censimento dei cittadini, le campagne di alfabetizzazione che portavano quaderni e penne nelle baracche di lamiera, le leggi per i diritti sul lavoro e per le donne che riempiono di parole nuove i discorsi nelle famiglie.

Per un corrispondente estero, raccontare tutto questo significava dare voce a un popolo che si ricomponeva attorno alla figura di Bolívar, “el Libertador”, e alla promessa di una rivoluzione che non doveva essere soltanto slogan ma scuola, salario, sanità.

Ogni articolo, ogni testimonianza, era un frammento di rinascita condivisa: non c’era solo la cronaca, c’era l’emozione di chi sente di assistere alla costruzione di un Paese nuovo. 

Le crepe nel sogno

Ma i sogni, in America Latina, spesso camminano sul filo del rasoio. 

Già prima della morte di Chávez, incominciai a vedere le prime crepe: la violenza che esplodeva nei quartieri, la corruzione che si insinuava come una malattia, la distanza che cresceva tra il potere e la gente che lo aveva portato fin lì.

Le storie che un tempo parlavano di conquiste sociali iniziavano a trasformarsi in denunce, in interrogativi, in cronache di un disagio che montava come un temporale all’orizzonte.

Per un giornalista, restare fedele alla realtà significa non chiudere gli occhi: se la rivoluzione tradisce se stessa, va scritto, va raccontato, va testimoniato.

L’era Maduro e il prezzo della verità

Con l’arrivo di Nicolás Maduro, quel filo fragile si spezza. 

Il Paese entra in una spirale di crisi economica, iperinflazione, scaffali vuoti, medicine che mancano, pasti che saltano e al tempo stesso le libertà civili e politiche che vengono compresse, controllate, soffocate. 

Non potevo essere uno spettatore neutrale: sono un giornalista, uno che sceglie di raccontare ciò che vede, le proteste di piazza, la rabbia, la fame, la paura. 

In un contesto in cui informare diventa un atto di coraggio, la penna e la voce diventano scomode, e il potere risponde come spesso fa quando teme la verità: con la repressione. 

L’arresto arriva così, come un colpo secco: non per un crimine, ma per un mestiere. 

Essere fermato, rinchiuso, trattato come un nemico per il semplice fatto di essere un giornalista è una ferita che non si cancella facilmente; la libertà riconquistata dopo il rilascio non è più la stessa libertà di prima. 

Un popolo che scende in strada

Mentre l’economia crolla e il pane diventa un bene raro, il Venezuela si riempie di corpi in movimento: studenti, lavoratori, madri, anziani che scendono in strada per dire no a un potere che li ha lasciati alla fame. 

Io sono lì, in mezzo a loro, camera in mano e cuore in gola, condividendo il rischio e il destino di una popolazione che rifiuta di essere ridotta al silenzio.

Le elezioni che riconfermano Maduro sono bollate da oppositori e osservatori internazionali come piene di brogli, suonano come l’ennesimo strappo al patto tra Stato e cittadini. 

Per chi, come me, ha creduto nel progetto originario di riscatto, è doloroso assistere a questa lenta trasformazione: dalla speranza al sospetto, dalla partecipazione alla paura. 

Dal Palazzo alle sbarre: la caduta di Maduro

Oggi la scena si è spostata a migliaia di chilometri di distanza, in un’aula di tribunale di New York, dove Maduro è imputato per narcotraffico e “narco‑terrorismo”. 

La sua cattura, avvenuta attraverso un’operazione militare statunitense, molto discutibile e in territorio venezuelano senza consenso formale del congresso e degli organismi internazionali, suscita un acceso dibattito: per molti giuristi è una violazione della sovranità nazionale e del divieto dell’uso della forza sancito dal diritto internazionale. 

Mentre gli avvocati discutono di giurisdizione, legittimità, diritto e potere, la mia storia fa da contrappunto umano a questa grande partita geopolitica.

Ma a volte l’arresto di un giornalista e la cattura di un presidente si intrecciano in una domanda scomoda: fino a che punto si può piegare il diritto, in nome della giustizia o della sicurezza? 

La memoria di un testimone

Il mio nome non è solo il nome che potete leggere in testa a queste riflessioni.

E’ il nome di un testimone che ha pagato sulla propria pelle la scelta di raccontare.

Riflessioni

“Ho visto nascere il sogno bolivariano, ne ho seguito i passi incerti, ne ho documentato il declino tra violenza e corruzione, fino alla repressione dell’era Maduro e alla mia stessa detenzione come giornalista. 

La mia storia ricorda che la libertà di stampa non è un lusso, ma una linea sottile che separa la democrazia dalla paura. 

Nel “mio Venezuela”, fatto di volti, strade, lacrime e slogan gridati sotto i lacrimogeni, resta una verità semplice e potente: un popolo non smette di esistere quando perde un’elezione o subisce un torto, smette di esistere quando non ha più nessuno che lo racconti. “

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