Dragaggetto porto di Pescara, finalmente un barlume di verità: le risorse erano insufficienti. Sì al tavolo di confronto permanente chiesto dagli operatori

Per quanto concerne la storia infinita del “dragaggetto” del porto di Pescara, che si protrae ormai dallo scorso settembre, emerge finalmente uno spiraglio di verità. O meglio, va colto tra le righe, carpendolo dalle dichiarazioni della Presidente Aca Brandelli, che come tecnico sta seguendo i lavori, la quale ha affermato senza giri di parole: «Dobbiamo fare i conti con le risorse che abbiamo a disposizione».
Insomma, dietro l’innovativo metodo di dragaggio tanto declamato e pubblicizzato c’è stata in realtà la necessità di operare con pochissime risorse finanziarie: ecco spiegati i tempi lunghissimi, necessari per rimuovere circa 3.000 mc di materiale dal fiume, circa la metà di quelli previsti dall’intervento.
Una quantità ridicola che ha garantito una minima praticabilità del porto, costringendo comunque i pescherecci a manovre pericolose, da svolgere sempre con la preziosa collaborazione della capitaneria di porto.
Oggi, a 7 mesi dall’avvio dell’intervento, dopo che, con tutta probabilità, il materiale rimosso è già stato rimpiazzato da quello portato dal fiume in questi mesi di attesa (visto che ogni anno si stima un deposito di circa ulteriori 15.000 mc di sedimenti), si annuncia che ad aprile partirà la rimozione degli altri circa 3.000 mc previsti.
Un quantitativo risibile e dal costo altissimo, oltre 500.000 euro, a causa della necessità di creare una mini vasca di colmata sulla banchina, operazione che a sua volta blocca i lavori di parziale svuotamento della vecchia vasca di colmata.
Di fronte a questa situazione e alle stime sbagliate su tempi e prospettive che si susseguono ormai da settembre, ci sembra sacrosanta la richiesta degli operatori di istituire un tavolo di confronto permanente sul dragaggio del porto. Speriamo che le istituzioni, a tutti i livelli, non facciano cadere nel vuoto questa richiesta. Gli operatori hanno tutto il diritto di partecipare attivamente agli incontri e di essere informati periodicamente e in modo esaustivo sullo stato dell’arte, non con stime approssimative o annunci da campagna elettorale, così da poter operare in sicurezza.
Un modello partecipativo che andrebbe replicato sul pasticcio del mercato ittico. Anche in questo caso, con tutta probabilità, ascoltare gli operatori avrebbe scongiurato l’ingente spesa di 1,2 milioni di euro per una struttura non adatta e in cui risulterebbe difficile persino rispettare le prescrizioni igienico sanitarie.
Il paradosso è che, mentre si spendevano (e male) tutte queste risorse comunitarie, per l’emergenza del porto canale i tecnici erano chiamati a fare le nozze con i fichi secchi, ideando metodi alternativi e protocolli astrusi per rientrare nelle spese.
Una scelta paradossale che dà l’idea della disorganizzazione e della mancanza di programmazione da parte della destra che governa città e regione, alla quale, tuttavia, anche oggi, nonostante sia stata più volte ignorata in passato, ribadiamo la nostra disponibilità alla più ampia collaborazione istituzionale per risolvere un problema ormai non più rinviabile.



