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Cronaca

Presidio sanitario Nord: ancora + auto e – bici

PESCARA – Nel giugno del 2023, in un recedente articoo, avevo raccontato la situazione del Presidio sanitario Nord di Pescara (ex Clinica Baiocchi), ponendo una questione semplice ma centrale: un servizio pubblico essenziale, come quello sanitario, può davvero continuare a essere organizzato quasi esclusivamente intorno all’automobile?

Sono tornato oggi, dopo oltre due anni e mezzo, sempre in bicicletta e per una visita e quello che ho trovato non è un miglioramento, né un ripensamento, né tantomeno un segnale di cambiamento. Al contrario, la sensazione è che il tempo si sia fermato, mentre i problemi si sono aggravati.Il parcheggio interno è diventato un vero imbuto. Le auto sono talmente fitte e incastrate per cui chi si trova più avanti, in fondo alla via, non può uscire se prima non si liberano i veicoli dietro.

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Una situazione che non ha nulla di episodico e che restituisce l’immagine di uno spazio saturo, stressante, inefficiente. Un parcheggio che non è più un servizio, ma un problema strutturale.È difficile non notare come una parte consistente delle auto presenti all’interno del recinto – una cinquantina – appartenga con ogni probabilità al personale dipendente. Un dato che, se confermato, pone una questione delicata e purtroppo ricorrente: chi lavora quotidianamente in questa struttura non è incentivato, né accompagnato, verso forme di mobilità alternative.

L’auto privata resta la scelta più semplice, se non l’unica.Per gli utenti la scena è altrettanto eloquente. Si arriva in auto, si gira più volte nel parcheggio antistante l’edificio, si prende atto che è tutto occupato e si va via a cercare soluzioni nei dintorni (traffico parassita). Nessuna informazione preventiva, nessuna alternativa reale, nessun segnale che lasci intendere l’esistenza di un’organizzazione diversa.E mentre lo spazio è completamente piegato alle esigenze delle automobili, colpisce un amaro dettaglio: i cartelli che vietano di parcheggiare le biciclette ai pali dell’illuminazione, ben visibili.

Il messaggio è chiaro e ribadito. Le rastrelliere per biciclette sono pochissime: alcune risultano difficili da raggiungere, altre adottano una forma convessa tanto curiosa quanto impraticabile, che più che proteggere le bici finisce per danneggiarne le ruote. Nel complesso, la bicicletta appare tollerata a fatica, non certo considerata una modalità di accesso da promuovere o valorizzare.Il quadro che emerge è quello di un presidio sanitario che, sul piano della mobilità, continua a ragionare come se fossimo fermi a decenni fa. E questo non è un dettaglio neutro. Parliamo di un luogo che dovrebbe essere presidio di salute, prevenzione, qualità della vita.

E invece contribuisce, nei fatti, a generare traffico, stress, conflitti negli spazi e ulteriore dipendenza dall’auto.Non ci si può limitare a chiedere qualche rastrelliera in più o una migliore segnaletica: qui il problema è il modello. Personalmente ritengo che l’accesso delle auto all’interno dell’area dovrebbe essere fortemente limitato, se non vietato, fatta eccezione per il trasporto di persone con evidenti difficoltà o disabilità. Tutto il resto dovrebbe essere ripensato in modo organico: accessi, percorsi, incentivi, alternative.Continuare a ignorare il tema significa accettare che nulla cambi. E il fatto che, a distanza di oltre due anni e mezzo, seppur questo quadro sia tale da decenni, la situazione sia rimasta sostanzialmente identica rende difficile parlare di semplice dimenticanza.

Siamo di fronte a assenza di iniziative che pesano sulla qualità del servizio pubblico e sull’esperienza quotidiana di chi ne usufruisce e lo utilizza. È da qui che dovrebbe partire un serio ripensamento del modello organizzativo della mobilità nei servizi sanitari. Perché la salute non si cura solo negli ambulatori, ma anche negli spazi, nelle scelte e nelle priorità che li governano

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